OPERE E AUTORI

Silvano D’Orsi, Donne, 1983
Due figure di donne stanno reclinate in equilibrio instabile e hanno grandi occhi persi nella malinconia. La sigaretta brucia stancamente nella mano inguantata, ogni passione è spenta. Una finestra lascia vedere la città e le fabbriche che stagliano il loro profilo scuro contro il cielo intossicato da una ciminiera. L’ambiente degradato si accampa ostile sullo sfondo mentre nel chiuso di una stanza si cerca o si perde il senso dell’esistere. Il muro di Silvano D’Orsi sprigiona la dolce nostalgia di una sconfitta o di una resa e richiama i grandi silenzi dei film di Michelangelo Antonioni.

Ennio Boccacci, L’amore, 1986
L’affresco di Ennio Boccacci apre una finestra sull’infinito. Da nuvole vaghe e arcane emergono due figure femminili che, nel loro farsi, come in un rinnovarsi della creazione, raccolgono e condensano la bellezza del mondo mentre linee sinuose percorrono lo spazio come melodie misteriose. Nel dipinto di Ennio Boccacci si percepisce una musica che lo percorre come gli arabeschi delle sue linee. La sua arte raccoglie le tradizioni poetiche umbre, a partire da San Francesco che risolve in un inno mistico il suo amore sublime che tutto abbraccia e illumina. L’uomo nell’ombra può solo restare a contemplare il dono della bellezza, divina e primordiale esigenza dell’anima che di bellezza si nutre e vive.

Yasuhiro Ogawa, La vita, 1984
Lo scoglio in controluce disegna il suo profilo scuro contro il cielo la cui luce si riflette sulle onde in strisce lucide e sfrangiate. Ma il cielo è troppo bianco e piatto e la luna è invece una palla a spicchi colorati. Il simbolo tradizionale della vita nella cultura giapponese, l’onda, si inserisce in un contesto costruito. Ogawa coglie un attimo sospeso e fissato nella precarietà di un istante. La poesia del dipinto sta nel contrasto tra la materia buia e ruvida del masso e i colori lucidi e luminosi della palla. È la dualità tra il volo della fantasia e dell’anima contro l’opacità del quotidiano, distillata in elementi semplici mentre il bianco indifferente del cielo, o meglio del tempo, fa da sfondo alla parabola dell’esistenza umana.

Massimo Arzilli, Paesaggio, 1985
L’artista realizza un paesaggio umbro giocato sui colori che in strisce ben definite disegnano i profili dei suoi elementi tipici: il rosone di una chiesa romanica, una porta nelle mura medievali in parte demolite, le sagome dei monti che degradano nei colli, i fiumi che intersecano i loro corsi sinuosi, il cielo che campeggia nella parte alta del dipinto con una lunga nuvola e il sole. I colori seguono canali diversi dalla realtà guidati solo dal sentimento ma il paesaggio umbro è incantevolmente reso nella grazia dei borghi antichi che tracciano forme geometriche tagliando senza trauma la continuità delle curve armonie del verde e del blu.

Ravindra Verma Kumar, Scena mistica dell’India, 1984
I protagonisti del dipinto sono una donna e un pavone a colloquio tra loro. Un colloquio senza tempo tra una figura femminile in abito tradizionale indiano, la donna che avvicina l’uomo al cielo mediante l’amore, e il pavone, simbolo nella cultura indiana di immortalità e di amore. Come in uno spartito musicale che il sitar suggerisce, tre fasce orizzontali dividono lo spazio come un pentagramma mentre la donna le percorre verticalmente tutte e tre come un accordo sonoro. I due alberi dalla chioma verde piena di grandi fiori sottolineano il senso di armonia, pace e dolcezza che emana dal dipinto.

Gianni Testa, Cavalli in amore, 1984
Gianni Testa lascia a Mugnano un magnifico segno del suo vulcanico talento e del soggetto che lo ha reso famoso, i cavalli. In questi animali infonde una energia travolgente che contraddice ogni impressione realistica. L’estrema emotività del cavallo è qui portata oltre il suo limite fino a dare il senso del parossismo e della follia amorosa in assoluto. I colori si sgranano e dilatano progressivamente diventando nuvole disgregate nel vento, mentre i volumi, all’inizio plasticamente definiti, si scompongono e si sfrangiano perdendo i contorni.

Bruno Orfei, Performans, 1985
Un senso orgiastico di vitalità si sprigiona dal dipinto di Bruno Orfei. Corpi di donna nudi si agitano come sulla superficie di grandi onde marine, una fiamma dionisiaca fa muovere tutte senza ritegno come una zattera su un mare in tempesta. Il titolo storpia consapevolmente la parola performance con cui venivano chiamate tante manifestazioni di nudità “artistiche” degli anni ’70 e ’80 e fa sorridere. Ma la rappresentazione dell’eros esibito è mediata dal controllo formale che Orfei esercita sul soggetto costruendo i volumi geometricamente con campate nette, definite da contorni lineari e colori irreali. I visi appaiono assorti e lontani per non far trapelare i pensieri e lasciare al corpo la sua indisturbata capacità espressiva (oppure per ribadire l’ironia del titolo).

Antonio Tamburro, Ricordi del Passato, 1983
I colori accesi che caratterizzano le opere del Maestro e gli spazi indefiniti cedono il posto ad una impressione di formella scolpita, come le 50 formelle della Fontana Maggiore di Perugia in cui sono descritte le attività dell’uomo. Il dipinto raffigura il lavoro nel vecchio borgo visto dal presente e il passare del tempo intride di malinconia la scena. I toni dominanti del grigio e dell’azzurro esprimono lontananza e rimpianto. La nostalgia accarezza le braccia forti e la vecchia canottiera desueta che era un tempo la divisa del lavoratore. La quiete di un ricordo caro ma anche orgoglioso e un solido senso di comunità e di valori umani condivisi e perduti fanno la poesia del dipinto.

Simona Audano, Africa,1987
Osservando il dipinto eseguito nel 1987, sembra di ascoltare l’indimenticabile colonna sonora del film La mia Africa, vincitore di 7 oscar l’anno prima. L’Africa, l’alba della vita umana. Il viso del vecchio sciamano si trasforma nell’airone che dispiega le ali nel suo volo perfetto per ricordare che l’uomo non può dimenticare il suo essere parte della natura, simbiosi ormai persa per l’uomo occidentale i cui orizzonti sono disegnati e limitati dalle case e dai grattacieli. Qui, invece, l’orizzonte si perde in immense lontananze con fasce di colori meravigliosi e illimitati. L’occhio antico e dolente della memoria atavica ci guarda e il nostro respiro si allarga ad abbracciare la natura ancora incontaminata.

Mario Ortolani, La pigiatura dell’uva, 1986
Un mondo contadino dolce e spensierato dove il lavoro sembra gioco anziché fatica viene dipinto da Mario Ortolani. Il suo stile naïf intenerisce di grazia infantile tutta la scena con il tino enorme al centro della piazzetta e le case antiche e linde. La pigiatura con i piedi dell’uva lucida e blu accentua l’atmosfera di gioco. La magia dell’infanzia, un tesoro da conservare nel cuore, tinge di fiaba il dipinto e risveglia l’incanto del bambino. Ma forse i piccoli uomini con proporzioni da cucciolo e il viso nascosto dal cappello rappresentano, con la loro sproporzione disarmante, ognuno di noi alle prese con la fatica del vivere quotidiano.

Ilario Fratini, Paesaggio sul Trasimeno,1995
Il dipinto segue la sinuosa linea dove l’acqua e la terra si incontrano. La bellezza della conca del lago è resa con tutta la dolcezza di uno sguardo carezzevole. I colori sono lucidi e splendenti come dopo la pioggia e i pendii discendono senza fretta e come danzando verso l’acqua. Le case che punteggiano il verde sono piccole e semplici ed evocano valori familiari solidi e antichi, mentre il lavoro dell’uomo disegna i campi senza sfigurare la naturalezza del paesaggio. Un senso di pace emana dagli equilibri incantevoli tra i verdi e l’azzurro del cielo è raddoppiato dal lago in una unità mirabile di armonia.

Sestilio Burattini, Primavera, 2004
Una forza irresistibile sfonda, come lava di vulcano, la crosta dei sedimenti depositati dall’inverno o dal tempo. La materia, invecchiata e opaca, arretra lasciando che la materia nuova, chiara e luminosa, si allarghi e si intrida di luce. La sfera che ne emerge offre mille suggestioni con la sua forma euclidea perfetta e richiama la terra ma anche tutti i pianeti e le stelle. Si pone come il centro dell’universo in espansione in una creazione continua sempre in atto. Raccoglie in sé il mistero della perfezione originale, punto di avvio di un nuovo ciclo di esistenza e, mentre si percepisce il movimento, il duro materiale con cui la scultura è realizzata dà un senso di soffice leggerezza e calda vitalità.

Setaré Marouf, Musica versiera, 90° della Filarmonica di Mugnano, 2014
La festa indiavolata dei colori è domata dal disegno preciso e geometrico che li racchiude ciascuno in figure trapezoidali. Il linguaggio pittorico è riportato ai suoi elementi semplici come percorrendo a ritroso la storia della tecnica della pittura, prima di qualunque intenzione realistica, prima dell’ambizione al vero. I colori sono lasciati alla loro purezza in una combinazione del tutto astratta dove tessere colorate si combinano per addizione allargandosi sulla superficie del muro. Le vibrazioni dei colori colpiscono l’osservatore come note musicali di altezza, durata e timbro diversi e imprimono sul muro una chiazza di musica. Quando la banda passò… risuona nella Piazza del Castello.

Franco Troiani, La danza, 1983
Il balletto classico è la danza nella sua forma più astratta e stilizzata e si presta ad essere il simbolo di quest’arte antica, difficile e ascetica ma anche primordiale e istintiva. Il suo linguaggio scavalca i confini culturali e immette lo spettatore nel flusso della musica che qui è reso nel volteggiare del tutù. Il tulle vola nel movimento di pirouette e dissemina tutta la scena di colore e di luce formando una nuvola bianca sfumata di azzurro e di rosa. Si espande a riempire di velature chiare l’interno del teatro che ne è trasformato e sembra aprirsi nel cielo. L’autore, promotore sempre di sinergie tra arti diverse, dà qui un esempio di scena teatrale dove la danza dipinge lo spazio e la pittura è danza.

Raffaele Tarpani, San Francesco benedicente, 1983
Colori delicati velati di emozione definiscono poeticamente il paesaggio umbro. Le chiome degli ulivi sono aureole opalescenti sulle quali i frutti e le foglie sono posati come farfalle. Una ellissi luminosa si allarga dall’aureola del Santo ad abbracciare il sole rischiarando la valle e il lago mentre il saio sembra formarsi e espandersi dai tetti bruni delle case. Fasce di luce percorrono tutta la composizione legandone gli elementi in una unità intensamente lirica come lirico era il rapporto che legava San Francesco alla natura. Sembra di ascoltare il Cantico delle Creature e una carezza d’amore sfiora la terra, il cielo, l’acqua e le piante.

Noemi Belfiore, Eleonora Biagetti, Sara Sargentini, Legame – Trenta petali rossi, 2013
La fascia di mattonelle colorate, che moltiplica in innumerevoli sfaccettature le spighe, espande all’interno delle mura antiche un orizzonte infinito di grano maturo. In questo simbolo si sintetizza una storia plurimillenaria e le sue radici profonde, pregne di storia come il profilo della Mugnano cinquecentesca che vi si staglia. Le nuove mattonelle di biscotto grezzo riannodano i fili con la memoria non ancora persa della fornace della piazza del Castello e le inserzioni di mattonelle rosse, papaveri nel grano, trenta come i trent’anni di Muri Dipinti, ricordano anche gli umani drammi che qui ebbero luogo, vicende ineluttabili come le macchie rosse, magnifiche e improduttive tra le spighe mature.

Elvio Marchionni, Scena sacra, 1984
Sopra all’antico ingresso di quello che era l’oratorio del SS Sacramento resta la targa originale con la data AD 1780, mentre il dipinto simula una esecuzione più antica di oltre quattro secoli. Elvio Marchionni ti dà il piacere di individuare le sovrapposizioni nel tempo dei segni significativi e poetici che sempre la nostra storia dell’arte sacra ha lasciato. Qui, come spesso altrove, sono rimasti solo i contorni rossastri delle figure: sagome di santi ormai anonimi si vedono accanto alla Vergine e al Bambino individuati solo dal viso e dalla mano e benedicono affiorando da un chiostro accennato alle loro spalle tra sapienti scrostature dell’intonaco.

Gianni Testa, Battaglia, 2002
Le condizioni del dipinto lasciano poche possibilità di lettura ma permettono comunque suggestioni di significato. Rappresenta una battaglia antica, quando gli eserciti non erano di massa, prima che Napoleone inventasse la leva militare, una battaglia tra cavalieri in sella ai destrieri impennati e partecipi della foga dello scontro semplice e diretto. Una scena di film in costume dove i protagonisti sono in primo piano e commuovono lo spettatore. Nella scena ci sono solo loro e soprattutto i loro cavalli dalle tinte accese e vivaci, come in una predella del ‘400, mentre le lance scure puntano minacciose e grafiche verso il cielo.

Roberto Rossi Banfi, Madre Terra, 2002
In confronto ai miti, la realtà è più povera e angusta, è greve e opaca, per cui l’artista la trasfigura e la rende canto, facendo ipotesi sul passato. O sul futuro. La sua Madre Terra è portatrice di simboli misteriosi che si fondono con gli elementi naturali in spazi immaginari accarezzati con struggente nostalgia. La pittura di Banfi ammalia nella preziosità, incanta nell’armonia dei colori e inventa un mondo di bellezza dove ogni cosa visibile ha significato in quanto evocatrice di meraviglie antiche. La ricercata bellezza del dipinto non nasconde il sentimento ineluttabile della precarietà dell’uomo e il suo porsi oggi sulla terra come elemento incoerente e disarmonico.

Valeria Bucefari, Omaggio al 150° dell’Unità d’Italia, 2011
Nel mondo di Valeria Bucefari la gravità non esiste e si può volare. I due padri e profeti dell’unificazione italiana sono appoggiati senza peso sulle mani di una signora bruna, con i capelli ottocentescamente divisi sulla fronte, vestita della bandiera e, ahimè, dall’aria perplessa. Infatti ai suoi piedi danzano figure giocose che sembrano uscite da mazzi di carte o da un circo equestre. Ballerine e giocolieri affiancano il carabiniere al centro, stabile e serio, ma con addosso gli stessi colori degli altri personaggi, una maschera tra le altre. Nella straordinaria grazia della composizione, si percepisce un senso di costernazione, ma anche di speranza in quel cuoricino rosso che ognuno ha sul petto.

Fabiola Mengoni, Riflessioni dentro un giardino, 2009
Tutte le preziosità del verde, dal verde mela al trifoglio allo smeraldo, riempiono il dipinto e trasmettono una quieta gioia. Il giardino è protagonista con il suo silenzio dove il pensiero vola sereno e dolcemente accarezzato dalla primavera. Il candore lucente dei fiori attraversati dalla luce richiama il candore della t-shirt della fanciulla assorta nella lettura e crea un legame affettivo e ideale tra loro e lei. Una poesia silenziosa aleggia sull’immagine dove l’armonia dei colori trasmette l’armonia della riflessione resa anche con lo spartito musicale sui fogli. La pagina di Le Figaro appoggiato al limite del dipinto vuole ricordare i grandi artisti che fecero parte del futurismo nel centenario del Manifesto pubblicato a Parigi.

Enrico Marrani, Crocifissione, 1984
Il campanile, nel suo stagliarsi contro il cielo, nella voce delle sue campane che percorre la valle, nel suo raccogliere l’affetto di ognuno per il paese natio, è un luogo simbolico e prezioso. Anche il dipinto lo è, ospitando uno dei simboli fondamentali della storia occidentale. Sembra che l’intonaco antico sia stato interamente rimosso risparmiando solo la parte dove il crocifisso è dipinto. Questo, con il Cristo che trionfa sulla morte, riproduce fedelmente quello che in San Damiano parlò a San Francesco e le cui linee purissime e arcane sono piene del misticismo appassionato e poetico del Santo… Illumina le tenebre de lo core mio e damme fede dritta, speranza certa e caritade perfetta…

Romano Ranieri, Manifesto, 1984
Un foglio di carta come un manifesto strappato e che la pioggia sta scollando da un muro non reale ma dipinto illusionisticamente, è il divertito inganno realizzato da Romano Ranieri. Sulla carta finta e rovinata i pianeti ruotano con la superficie butterata da crateri di vulcani spenti, investiti dalla luce di un sole lontano. Si muovono su un cielo i cui colori ricordano gli affreschi della scuola umbro-toscana ereditandone i toni naturali e delicati, ma, a differenza di quelli, non danno un’impressione di ariosa spazialità. La citazione fa così rimpiangere quello spazio immettendoci in questo universo rimpicciolito e spoetizzato.

Antonella Cerutti, Concerto Rock, 1983
I gruppi rock, nuovi idoli, nuovi maestri di vita, quasi nuovi creatori, si atteggiano sul palco come sacralizzati dalla luce irreale che li rende divini. La chitarra amplificata fa vibrare tutta la scena e agita le frange delle giacche, quasi ali al vento, così da farci percepire i movimenti ritmici e danzanti. Il dipinto ricrea la suggestione del concerto rock, e l’immensa platea dove l’individuo nella folla si perde travolto dal ritmo potente come in un mistico rito orgiastico collettivo. Il gruppo è l’officiante e gran sacerdote che risolve e annulla nella potenza delle immense casse acustiche il senso di solitudine e di individualità.

Mario Cianchetti, L’Ultima Cena, 1983
Il dipinto rende il momento supremo del commiato di Gesù ai discepoli con tragica intensità. Lo sfondo è buio, il buio pesante e cupo del dolore e dello smarrimento; gli sguardi tesi e stravolti degli apostoli dialogano soffocati da una cappa di silenzio. Le linee spezzate delle braccia convergono verso il volto grave di Cristo, centro focale ed emozionale del dipinto. In primo piano, però, c’è la fascia bianca della tovaglia che si estende nell’abito di Gesù, creando un’area luminosa intrisa di simboli di speranza e di salvezza.

Giovanni Schiaroli, Il Musichiere, 1983
La piazzetta del paese, muri intonacati e familiari, una tenda a chiudere una porta in cima ad una scaletta, testimonianza della struttura tradizionale delle case, la gente a chiacchierare tranquilla nella via, le finestre con le persiane: questo il contesto al centro del quale sta la fisarmonica, strumento meraviglioso, quasi un organo agile e popolare, con la sua voce modulata e duttile, che accompagna lo scorrere della vita nel paese. L’uomo bruno con i baffi suona e riempie di magia la piccola piazza.

Pia Österberg, Balletto, 1985
E’ quasi una scultura viva il dipinto di Pia Österberg. La luce disegna il guizzare dei muscoli sotto la pelle lucida e tesa. Nell’abbandono libero e felice al movimento ritmico e concorde, lo spazio si trasforma, diventa nuvola e vento, raccoglie i raggi di un sole al tramonto che l’incendia di caldo arancione. La musica libera i corpi dalla gravità fino a renderli forme luminose nello spazio, spazio che sembra espandersi oltre i confini del dipinto nell’illusione sensuale della danza istintiva e irrefrenabile.

Maria Pistone, Composizione onirica, 1985
Nude figure umane si avvicinano emergendo da un misterioso spazio del colore di quei cieli barocchi in cui le figure divine apparivano in una corona di nuvole e cherubini. Qui invece uomini e donne sono esposti nella loro inerme nudità, spogliati anche dei capelli come patetici manichini o come i prigionieri ebrei avviati alle camere a gas. Un senso di quieta angoscia aleggia sul dipinto che, come un sogno triste, esprime una condizione esistenziale dove ogni dettaglio concreto è trascurabile e vano. Solo il fluire del tempo dà e toglie in un flusso inesorabile che accomuna tutti gli esseri in una sostanziale uguaglianza.

Teresa De La Mercedes Torres, Donne, 1985
Le calde atmosfere dell’America Latina rifulgono nei colori del dipinto. Campate di giallo, di verde e di ocra riempiono lo spazio limitando con un profilo ondulato una fascia azzurra di cielo. Due donne dagli abiti esuberanti di colori siedono flessuose e silenti sulla terra mentre uno sgabello sgargiante resta vuoto e crea un senso di mistero e di attesa. Esso è forse espressione della ricerca femminile di una mai appagata completezza, o forse è il posto dell’artista… L’artista è assente dalla scena per osservarla e, standone fuori, trasfigura quello che vede, apparendo solo attraverso uno sgabello vuoto e le proprie emozioni.

Wilma Lok, Astratto, 1986
Più che un dipinto è un bassorilievo creato studiando le ombre e i riflessi che la luce del sole crea sulla superficie. L’illusione che ne deriva è quella di un paesaggio visto dal cielo, il paesaggio di un pianeta lontano abitato da creature sconosciute… Forse è invece un paesaggio terrestre che in un futuro non troppo remoto presenterebbe come cicatrici le tracce consunte di quella che fu la civiltà dell’uomo. Un esempio di archeologia futura con il senso di impotente desolazione che si prova davanti a rovine disseccate e spoglie e alla natura cancellata da una catastrofe.

Romeo Mancini, Elementi nell’artigianato, 1987
L’attenzione che l’artista ha sempre rivolto al mondo del lavoro riesce a dare un’impressione di bellezza ai semplici strumenti dell’artigiano. Il colore dell’acciaio crea lampi luminosi e le forme stilizzate condensano tante altre forme di strumenti. Questi sono i protagonisti assoluti del dipinto quasi dotati di vita autonoma. Il dipinto rende graficamente le riflessioni di Marx e Engels sull’alienazione: … Non è la coscienza degli uomini che determina la loro vita, ma le condizioni della loro vita che ne determinano la coscienza. Così gli strumenti, nel loro freddo metallo, acquistano vita autonoma, riempiono l’orizzonte, dialogano tra loro e vengono a costituire il linguaggio stesso della comunicazione.

Maria Loreta Scialpi, La cena, 1987
Un’atmosfera di attesa, un’attesa operosa come quella interminabile di Penelope, aleggia sul dipinto. Come lei, queste donne hanno un ruolo di silenziosa attività domestica, mentre il protagonista della storia è lontano. La Storia si fa altrove, mentre la vita intorno al tavolo di casa è fatta di piccole quotidiane creazioni, effimere come una cena, però anche necessarie come una cena. Nei visi assorti si leggono affetti e dedizione, malinconia e speranza, mentre i colori si sviluppano come fiammate a illuminare la quiete apparente del contesto e gettando lampi di luce sulla misteriosa e appassionata emotività della donna.

Piero Bonciarelli, Borgo antico, 2008
L’immagine di Mugnano dipinta da Piero Bonciarelli è fermata dalla fantasia del pittore in una forma che, fuori dalla corsa dei fatti, diventa impalpabile problema sospeso sulla superficie del muro. Una magia sembra soffusa sui volumi ingannevoli resi in colori irreali ma che parlano al cuore accarezzando l’antico borgo risuonante di memorie. Una razionalità cartesiana inserisce pulite geometrie nel disegno proiettandolo in uno spazio mentale, imponendogli valori estetici e culturali che guardano al futuro insieme al passato finché i muri perdono peso e diventano nuvole di colore plasmate dalla brezza della nostalgia.

Massimo Arzilli, Mater Dei, 2002
La scultura di Massimo Arzilli richiama un’esigenza, irrazionale ma profonda, di protezione e spinge il pensiero indietro a cercare un puntello soprannaturale. Questa faccia in rilievo sembra venire da un passato lontano, ha la superficie cristallizzata dal tempo e lineamenti regolari indifferenti al susseguirsi di vicende non narrate. Posta sul muro di una casa, fa pensare alle divinità dei Romani, i Lari cioè gli antenati che erano numi tutelari della famiglia, anche se il titolo di Mater Dei vuole suggerire un’ispirazione meno pagana. Intorno al viso, dei simboli misteriosi richiamano linguaggi arcani e i due grandi occhi riflettono lo sguardo dell’osservatore fermando il flusso troppo fugace dei suoi pensieri e spingendolo verso spazi interiori mai del tutto noti.

Guerrino Bardeggia, La famiglia, 1987
La straordinaria potenza del segno di Guerrino Bardeggia scava nella profonda complessità dei rapporti famigliari. Il segno scarno e teso individua relazioni complesse mentre echi di tragedie inespresse sembrano ripercuotersi da una figura all’altra. Il pettirosso grida la sua sanguigna difesa della casa accennata sullo sfondo e il rosso del suo petto racconta storie di amore e di sangue. Il quieto sonno del bambino e lo sguardo tenero e sereno della donna vicina è circondato da figure incomplete e trasparenti come fantasmi, presenze ambiguamente vicine. La famiglia, disancorandosi dalle strutture antiche e protettive della società contadina, si isola nella città esponendosi alle insidie di una cultura del consumo che disgrega gli affetti rendendoli fragili… E a nulla vale la difesa estrema del pettirosso.

Lorenzo Montagnoli, Mugnano, 25 giugno 2010
Il murale di Lorenzo Montagnoli riproduce la mappa del paese, ma ogni casa ha un colore puro e intenso in contrasto con quello dell’abitazione vicina. Ognuna è numerata come se fosse un lotto in vendita o meglio come se fosse un lotto del Monopoli, gioco famoso sul quale si sono costruite fortune immobiliari immaginarie e rovine altrettanto immaginarie. Così Mugnano diventa la pianta giocosa su cui investire capitali di carta non filigranata e con un lancio di dadi decidere il proprio destino. Le case dipinte sul muro sono cartoncini colorati e numerati, vicoli da percorrere sfidando il rischio di una sconfitta o di una vittoria.

Gianfranco Maiorano “Giano”, Oltre il Muro, 2012
Il muro si è aperto, come sfondato in un moto liberatorio indotto dalla voglia di aria e di luce. La campagna irrompe da quello squarcio con i suoi colori accesi e freschi. Primavera d’intorno brilla nell’aria e per li campi esulta, sì ch’a mirarla intenerisce il core… I versi di Leopardi, richiamati anche dalla presenza di due uccellini che si affacciano dall’apertura e contemplano la valle, infondono una dolcezza incantata nella visione. La valle umbra ridente di campi verdeggianti sfuma in lontananza verso alture spoglie che si ritagliano sulle nuvole bianchissime di una luminosa giornata. È un paesaggio che ferma il pensiero e lo rapisce negandogli ogni scampo contro la sua irresistibile bellezza.

Carlo Dell’Amico, Figure archeologiche, 1983
Come all’interno di una metopa nell’architrave di un tempio greco, tre figure dai bellissimi profili si disegnano in una fantasia di bianchi e di grigi creando un illusorio bassorilievo. Raccontano la storia di una arcana rivalità per il possesso della donna al centro del dipinto quando già la violenza affiora nel viso corrucciato e nella mano che afferra il peplo della donna. Questa sembra protendersi verso il musico ed anche una candida colomba ne è attratta. La scena ferma l’attimo che precede la tragedia e lo isola in un silenzio definitivo saturo di presagi. All’alba della nostra civiltà si sono consumati drammi che hanno dato corso alla nostra storia e che il mito ha trasfigurato, ma le passioni umane che li hanno determinati non sono cambiate.

Angelo Barbaro, La Quintana, 1987
Nell’aria chiara di un giorno di piena primavera, un cavaliere galoppa proteso verso la statua seicentesca del dio Marte per carpire l’anello con la lancia. Dopo l’enunciazione dello Stimolo generoso di virtute, i rappresentanti delle contrade si sfidano in un torneo cavalleresco che appassiona la città fino dal XV secolo, coinvolgendo tutti in un tifo allegro e carnascialesco. La giostra del dipinto sembra di un’edizione antica con la facciata laterale della Cattedrale di San Feliciano e quella del palazzo comunale visibili sullo sfondo. Una nuvola di polvere bianca raccoglie e riflette la luce di un sole ridente mentre il pubblico sventola bandiere e stendardi in un’impressione di eccitazione e gioia.

Daniela Tollis, La pace nel pallone, 2003
Due angioletti giocano, hanno le testoline ricciute e le alucce non ancora pronte per il volo, sono cicciottelli e nudi nella loro innocenza. Uno si tuffa a prendere il pallone su una nuvola soffice. La pace è nel pallone sia perché questo ha i colori della bandiera della pace sia per l’uso giocoso e non serio di una cosa troppo importante: se la pace è nel pallone, vuol dire che è in uno stato di confusione e disorientamento. Troppe guerre difficili da capire e conflitti insolubili insanguinano il mondo e si ha l’impressione che si giochi con una condizione fondamentale della vita umana, la pace, come fosse una palla colorata da prendere a calci o tirare in aria sopra alle nuvole senza aspettare che ricada.

Rosaria Borgia La Rocca, La bottega del cocciaio, 1996
Un dipinto di spontaneità disarmante ricrea la bottega del cocciaio che la pittrice ricorda con nostalgia. La freschezza dell’infanzia rivissuta nella memoria guida il pennello nella saporita ricostruzione delle forme tondeggianti dei vasi allineati con attenzione affettuosa. I tre artigiani sono quietamente al lavoro nell’ampio locale dove la luce è uniforme e irreale, senza ombre. La porta d’ingresso svela un panorama di campagna con un viottolo che sale verso un paesello sul cocuzzolo triangolare. Il fascino di una casa delle bambole col tenero piacere che ispirano le cose in miniatura infonde in questo dipinto la stessa illusione di mondo a misura di bambino, semplice e maneggevole, innocuo e innocente, per le sue piccole mani.

Gabriele Mancini, San Francesco GIF, 2008
L’antico ritratto di San Francesco viene rielaborato ingrandendolo fino a scomporre i colori in pixel. Gabriele Mancini realizza un mosaico le cui tessere musive sono quadratini di colore uniforme che costruiscono il viso del Santo. Lo si riconosce solo da una certa distanza, mentre si sgrana e si sminuzza guardandolo da vicino. San Francesco viene tradotto in un linguaggio grafico attuale e giganteggia nel presente. Il suo messaggio in quel suggestivo italiano primitivo si riverbera sulla superficie del mosaico e ritorna nell’attualità con la sua carica eversiva, meravigliosa e disturbante, scomoda ed estrema. È questo che rende difficile guardarlo da vicino?

Carlo Carnevali, Omaggio a Benito Biselli, 1992
Come un gonfalone appeso al muro della casa dell’artista Benito Biselli, l’iniziatore della rinascita artistica di Mugnano, il dipinto gli rende omaggio e ne onora la memoria e i meriti. Il commosso ricordo dell’amico appena scomparso prende la forma di un dipinto dai toni pacati e pensosi nell’evocazione del comune amore per l’arte. Linee morbide si avventurano entro l’area rettangolare dove solo la fantasia è legge. Strisce chiare la percorrono come inseguendo un sogno fuggitivo. Forme geometriche creano volumi e spazi illusori. Ricordi gioiosi si sbiadiscono nella malinconia mentre l’impressione del tempo crea lontananze e silenzi. La velatura di una lacrima rende lucenti i grigi.

Myriam Gala e Domenica Marchese, Due, 2015
Tre doppie persiane hanno le stesse dimensioni delle porte-finestre ai due lati del dipinto in un visionario trompe-l’oeil. Le cornici sono impalpabili effetti di lontananza in cui si individuano legnetti appoggiati su chicchi di melagrana, mentre le antine sono fatte di foglie dalle cinquanta sfumature di verde appoggiate disordinatamente.
Un’illusione di apertura sul muro ingabbiata in una grata irreale, un’illusione di sottobosco verticale che avvicina l’orizzonte. Il tema è Expo 2015 con la complessità dei problemi che l’alimentazione pone. Non vi è solo la festa dei colori e dei profumi, ma anche un reticolo di strutture che limitano l’accesso ai doni generosi della natura.

Stefano Chiacchella, La rivolta del grano, 2016
Stefano Chiacchella racconta un episodio doloroso e coraggioso che vide protagoniste le donne di Mugnano, quando, durante la Grande Guerra, si ribellarono per impedire che il grano da loro coltivato e raccolto venisse requisito. La collera e la fame incidono i loro visi già scavati dalla fatica e il segno drammatico di Chiacchella fa emergere le figure da quell’antico muro che fu testimone della rivolta del 1918. L’Arte restituisce quei fatti al presente incidendoli di nuovo nel cuore e nella memoria.

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